
Fondo Cimbriolino


Fitodepurazione

La fitodepurazione è un processo naturale per depurare le acque reflue che sfrutta i processi di autodepurazione tipici delle aree umide. L’etimologia della parola fitodepurazione (dal greco phito = pianta) può trarre in inganno nel far ritenere che siano le piante gli attori principali nei meccanismi di rimozione degli inquinanti. In realtà le piante hanno il ruolo di favorire la creazione di microhabitat idonei alla crescita della flora microbica, vera protagonista della depurazione biologica.
Gli impianti di fitodepurazione vengono definiti a livello internazionale con il termine “costructed wetlands” che si riferisce a sistemi umidi costruiti artificialmente in modo tale da ottimizzare gli effetti della depurazione sulle acque reflue. Il trattamento naturale dei reflui di scarico di origine domestica ha origini antiche. A Roma, nel periodo imperiale, si usava scaricare la cloaca massima nelle paludi Pontine con il preciso scopo di sfruttarne il loro potere autodepurante. In Cina ancora oggi è comune l’usanza millenaria di creare stagni di lagunaggio destinati alla itticoltura nei quali, al fine di incrementare la produzione ittica, vengono immessi periodicamente in quantità opportuna liquami domestici, contenenti un’ alta concentrazione di nutrienti (fosforo e azoto).
Le zone umide naturali sono caratterizzate da una estrema variabilità delle loro componenti funzionali.
Le aree umide artificiali offrono invece un maggior grado di controllo, permettendo una precisa valutazione della loro efficacia sulla base della natura del substrato, delle tipologie vegetali e dei percorsi idraulici.
Vegetazione



La scelta delle piante da utilizzare (macrofite galleggianti, sommerse ed emergenti) deve essere effettuata tenendo conto dell’efficacia depurativa delle differenti specie, della loro ecologia, della compatibilità con l’ambiente e della loro disponibilità sul territorio. Inoltre il tipo e l’estensione dello sviluppo radicale sono parametri importanti da tenere in considerazione in fase progettuale perché influenzano da un lato il trasferimento d’ossigeno e dall’altro la superficie di contatto tra il refluo e la rizosfera. Nei sistemi a flusso superficiale la scelta delle piante si baserà sull’altezza dell’acqua mentre su quelli a flusso sub-superficiale sulla penetrazione radicale .
Le piante più studiate per la depurazione dei reflui sono per lo più quelle largamente diffuse all’interno dei sistemi umidi adiacenti ai luoghi di realizzazione degli impianti.
L'osservazione degli ambienti umidi presenti nelle vicinanze, quali fossi, stagni o laghi e il riconoscimento delle specie vegetali presenti ci può aiutare nella scelta delle specie.
I sistemi di fitodepurazione a macrofite radicate emergenti possono essere suddivisi in base alla direzione di scorrimento dell’acqua in:
• Sistemi a flusso superficiale:
Consistono in vasche o canali dove la superficie dell’acqua è esposta all’atmosfera ed il suolo, costantemente sommerso, costituisce il supporto per le radici delle piante. La loro costruzione prevede la realizzazione di bacini idrici e/o canalizzazioni aventi il più lungo percorso possibile in relazione alla geometria dell’area a disposizione e aventi una profondità dell’acqua, per favorire i processi biologici utili, dai 40 ai 60 cm (fig. 5).
•Sistemi a flusso sommerso:
In questi sistemi l’acqua scorre al di sotto della superficie e quindi non c’è un diretto contatto tra la colonna d’acqua e l’atmosfera. L’acqua scorre attraverso il medium di riempimento (ghiaia, sabbia, ecc.) in cui si trovano le radici delle piante radicate emergenti. Questi impianti stanno incontrando sempre più interesse rispetto ai FWS in virtù dell’aumento delle rese depurative a parità di superficie occupata.
Sono sistemi particolarmente adatti e utili per il trattamento secondario di reflui provenienti da situazioni lontane dalla pubblica fognatura a valle di una fossa settica o fossa Imhoff e/o per il trattamento di acque grigie e meteoriche (fig. 6 e 7).